Iniziamo la settimana col botto: un’intervista ad una persona davvero eccezionale, Jama.

Era il primo maggio di anni e anni fa, il mio primo concerto con la mia cover band tutta al femminile, le “Dizzy Tunes”. Del nostro concerto ne parlerò magari in un post dedicato se può interessare. Fatto sta che la sera, era arrivato il turno dei gruppi un po’ più seri, tra cui i “Toys for brain“, di cui Jama era cantante e chitarrista.

Un po’ complici l’eccitamento di tutta una giornata speciale e il vinello della festa… bè mi sono letteralmente innamorata di quel musicista che eseguiva Jimi Hendrix a regola d’arte… Mi sono innamorata del suo modo di esprimere e vivere la musica, delle vibrazioni che mi arrivavano, delle emozioni che provavo.

Dopo tutti questi anni ho avuto modo di conoscere sempre meglio Jama e scoprire che artista è, di quelli veri, autentici. Di quelli a cui la musica scorre nel sangue, davvero.

Ho avuto il grandissimo onore di intervistarlo. Oggi pubblico la parte autobiografica, personale, e musicale.
Domani invece troverete le sue risposte alle domande degli Splendidi Ventenni.

Mi chiamo Gianmario oppure Jama ed ho appena compiuto trent’anni. 
Sono un polistrumentista di radice blues con una formazione minima orchestrale, e nel mio percorso musicale mi sono avvicinato a diversi generi. Non potendo, non volendo, svolgere solo la professione di musicista, faccio del mio meglio anche in un altro lavoro. 
Per come la vedo io, fare della musica una professione è sempre più difficile, specie da quando Steve Jobs e i suoi scagnozzi hanno convinto (quasi) tutto il pubblico di essere artisti. ArTristi. Di fatto, oggi, si può suonare uno strumento senza suonare uno strumento, You Tube sta sostituendo le scuole e basta un qualsiasi social network per dichiararsi cantante ed avere un seguito. Ma poi, siamo proprio sicuri che ci si debba ostinare a fare di un certo tipo di arte una professione? Me lo chiedo da sempre, ma questa è un’altra storia.


Nel ’97, quando ero un adolescente che frequentava l’accademia, vedevo il palco come un posto ben preciso: chi stava su aveva qualcosa da esprimere (così come, ancora oggi, per fortuna, molte volte accade), ma la cosa importantissima era che chi stava giù aveva bisogno di ascoltareUna cosa non era meglio dell’altra, semplicemente, i ruoli erano più definiti e la qualità d’intrattenimento migliore. Oggi, con la sparizione del pubblico (non fisicamente, il pubblico è sparito mentalmente), pare che che siano diventati in tanti ad aver bisogno di dire qualcosa senza sapere cosa o perché.
Qualche anno fa potevi fare scambio di lp, cd o cassetta con i tuoi amici, il che era molto più sociale del social, community, friends, +1, I like attuale. L’oggetto dell’arte aveva un valore. Oggi viviamo l’arte in contenitori che si preoccupano di farla sparire, e per un ragazzino adolescente è difficile coglierne l’importanza materiale, toccare, vedere, poiché di mezzo c’è sempre la mediazione di uno schermo.  L’approccio è mutato e, per quanto possa esser difficile a credersi, c’è molto meno coinvolgimento
E poi, sempre tempi indietro, per suonare dal vivo la tua musica ed essere retribuito, non dovevi assicurarti un pullman di persone paganti, visto che chi aveva un locale e faceva live set era più amante della musica che del denaro. E poi, vabbè, poveracci anche i gestori dei club, oggi la gente esce meno, e con tutti i controlli di alcol test ecc. si fanno anche meno consumazioni. Forse.
Prima, chi aveva un’ etichetta indipendente, si faceva in quattro per produrti (dai 18 ai 22 anni ho suonato all’estero diverse volte: Germania, Olanda, Svizzera, Croazia,  per citare qualche posto) e, anche se avere una pubblicazione su una rivista di settore, già allora, non era semplice (oggi, per fortuna, ci sono le web-zine), almeno la cortesia era di casa: le ricevute di ritorno dei dischi spediti tornavano firmate e  avevi sempre una risposta alla mail (ai tempi, ancora poco diffusa).


Certo, c’erano comunque diversi problemi anche un decennio fa e sicuramente grazie al moderno boom tecnofanatico sono arrivati molti vantaggi, non solo illusioni. Io per primo posso vendere il mio disco senza troppi mediatori, contattare molto più rapidamente musicisti e cercare strumenti usati a buon prezzo. Alcune web-zine dimostrano competenza quanto le riviste su carta stampata e con una mail collettiva comunico i miei eventi evitando un centinaio di sms. Sono certo che il buon uso della macchina (inevitabile, al momento) faccia bene a qualsiasi attività, purché si rimanga virtuosi e coscienti di quello che siamo anche al di fuori.


Rimane da risolvere un problema culturale, in modo tale da riuscire a spingere la musica italiana nel dibattito internazionale. Sarà possibile? Altrimenti continueremo a credere che per la professione di musicista s’intenda avviare una cover band di Laura Pausini o Ligabue oppure esser raccomandati da qualche conservatorio o talent show. O, comunque, suonando sempre Summertime e Smooth Operator nel peggiore dei modi, nel peggiore dei posti. 

Jama e Eric Sardinas

Nostalgie permettendo, cosciente di essere qui ed ora e cercando di voler bene la mia terra per altre  ragioni, continuo a fare la mia cosa incontrando, comunque, tanta gente interessante di palco in palco, al solo scopo di muovermi per piacere dei passi. Proprio come un vecchio bluesman. Continuo a sostenere gli artisti di casa mia, la loro profondità, la loro espressione. La loro rabbia, sempre più attuale. Al momento, un gruppo come Il Teatro degli orrori se lo sognano ovunque. E negli anni ’70 gli Area avrebbero fatto scuola al mondo se non fossero stati italiani. 
Comunque, ad oggi, prima di tutte queste considerazioni, e prima ancora di suonare per via di un disagio che mi porto dietro da anni, la mia priorità è cercare di capire la musica nelle sue libertà di linguaggio, nei suoi umori. Specie, per l’appunto, da pubblico, da ascoltatore. Soffermarmi sulla  qualità e non sulla quantità dell’ascolto, sull’intelligenza di chi la esprime, che sia un urlo, un brano pop o composizione atonale da 15 minuti. Piacere che, purtroppo, temo si stia, in generale, perdendo, a causa di questo cinismo collettivo che non fa altro che rafforzare un superego volto più all’apparire (non al ritrarsi) e incapace di rimanere realmente affascinato da qualcosa.  Se ci sarà una ripresa da tutto ciò, è ancora da vedere. 

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