Se si dice che cinque minuti al giorno di immersione nella natura possono prevenire la depressione, due ore di solitudine in un bosco hanno un elevato potere terapeutico per l’uomo.
Ci si isola da costruzioni, cemento, rumori, odori non naturali.
Bisogna avere il tempo di farlo per poter liberare completamente la testa da ogni possibile pensiero che ci riconduca alla quotidianità coi suoi doveri e le sue difficoltà, e anche perché no le gioie e le positività.
No, il bello è proprio potersi concentrare su altro, su qualcosa di più alto.Fermarsi dopo aver girovagato inoltrandosi nel bosco, passando tra distese aperte di campi inaspettati innondati da luce e poi addentrare ancora una volta tra propaggini naturali che sembrano costruire un angusto tunnel sopra il piccolo sentiero; zefiro* fa sembrare che tutto respiri e danzi. Sedersi su un tronco caduto chissà quando tra gli alberi ancora spogli. Restare immobili e lentamente riappropriarsi dell’innata potenzialità di riconoscere tutta la complessità celata dietro ad un’apparente calma. Come quando si passa dalla luce al buio e l’occhio un po’ per volta si abitua all’oscurità ed inizia ad individuare ombre e sagome dove prima pareva non esserci nulla.

Allungo la mano e percorro coi polpastrelli il muschio che sta ricoprendo il tronco esanime, come un nuovo abito. E’ soffice e vivo. In netto contrasto con la durezza e la spigolosità della corteccia sfaldata come i pezzi di un puzzle adagiato su una superficie irregolare. Eppure…

Sfiorando le diverse materie scopro di interrompere l’equilibrio in cui vivono varie specie di animaletti. Un esserino tondo e rosso come una fragolina attraversa il tronco da una parte all’altra e un ragnetto salta come una lepre su una foglia secca che balla leggera su un rametto di sottobosco.

Il picchio ogni tanto batte con forza irrompente su chissà quale tronco ed ogni volta mi fa battere forte il cuore. Quanto desidererei scorgerlo fra le alte fronde che lo nascondono.
E’ il suono più prepotente in mezzo a tanti cinguettii sparsi qua e là.

Poi d’improvviso sbuca dal fondo del vialetto una piccola farfalla. Sembra una regina in tutta la sua bellezza, la sua naturalezza, il suo procedere lento e leggero e grazioso. Mi sento osservata. E poi riconosciuta come parte della complessità di quel regno.

Nello stream of consciousness inarrestabile in certe occasioni mi è tornato in mente un libro letto anni fa: Complessità di Waldrop.

«L’orlo del caos è dove la vita ha trovato abbastanza stabilità per sostenersi e abbastanza creatività per meritare il nome di vita. L’orlo del caos è dove nuove idee e genotipi innovativi rosicchiano continuamente il bordo dello status quo; e dove anche la più radicata vecchia guardia sarà, presto o tardi, rovesciata». 

E se l’argomento vi piace, oltre al libro (che nonostante sia interessantissimo può risultare a tratti lungo e ripetitivo) vi suggerisco

  • questa pagina che mi ha fatto riflettere: pensieri semplici sulla complessità;
  • e questa poesia di Richard P. Feynman:
“Meravigliato della propria meraviglia: io
un universo di atomi
un atomo nell’universo.”

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