Luciano Devià è stato un grande architetto e designer, nato a Torino e vissuto poi gran parte della sua vita in Brasile.

Veronica Devià, la sua secondogenita, frequentava la stessa scuola italiana che ho frequentato io a San Paolo: l’Eugenio Montale. Un’istituzione.

Abbiamo qualche volta giocato insieme, i nostri genitori si conoscevano e si stimavano ma la vita ci ha portati poi a percorrere strade che si sono allontanate e così ci siamo persi di vista. Poi arriva Facebook e inizio a seguire questa meravigliosa famiglia, riconoscendo il grande amore che lega Luciano alla moglie ed alle sue tre figlie. E’ davvero piacevole ogni tanto ritrovarsi a vedere le loro foto in giro per il mondo sorridenti e pieni di Vita. Sono queste le cose per cui Facebook per me è uno strumento potente e bellissimo.

Poi un giorno capisco che Luciano se n’è andato all’improvviso e provo un gran dispiacere. Per lui, forse ancor di più al pensiero del vuoto che ha lasciato in famiglia. Ma è davvero vuoto? Qualche settimana fa l’anniversario della sua morte ed il testo più bello che io abbia mai letto a proposito della morte: quello scritto da sua figlia Veronica. Le ho chiesto il permesso di tradurlo e condividerlo, perché l’ho trovato di una bellezza illuminante.

“Oggi è un anno dalla morte di mio papà. 
Non mi piace dire che è mancato, partito, ci ha lasciati o è in cielo. Io dico sempre è morto perché non voglio nessun eufemismo per morte, perché fa male -inmodoassurdo- e nessuna parola è migliore di un’altra per questo.

Durante questo ultimo anno ho pianto molto. Per strada, in metro, a lezione, al bar, nel bagno dell’ufficio per vedere se quel pavimento di piastrelle freddo mi avrebbe fatto sentire qualcos’altro che non fosse quella sospensione. Non ha funzionato, certo e ho pianto quel giorno e molti altri (anzi, sto piangendo anche ora mentre scrivo questo).

Con l’arrivo dell’anniversario della morte ogni giorno che passava provavo più paura, un’effemeride nefasta che portava tanti sentimenti brutti dopo l’esercizio quotidiano di superamento e cura di una ferita aperta e dolorosa. La paura di rivivere la peggior sensazione mai provata, che non è stata quella di incontrarlo già senza vita, ma di rendermi conto che la morte era arrivata per la persona che più amavo. 

C’è stato l’appartamento vuoto, i suoi vestiti appesi all’armadio, gli oggetti sparsi per casa, l’ultima lista della spesa che era rimasta sul tavolo. Per la prima volta, anche solo l’odore di quella casa sembrava potesse uccidermi.

C’è anche stata anche la “rotazione”, nome che abbiamo affettuosamente dato ai momenti in cui io, Vicky, Vale o Maga crollavamo, ognuna in un momento, di nostalgia, di dolore o di tristezza. In un martedì sera qualunque, mentre qualcuno preparava la cena e raccontava la sua giornata, era la volta di una di noi di, semplicemente, non farcela e iniziare a piangere. Ma, quando una cadeva le altre erano lì per sorreggerla (o piangerci insieme, perché no).

Il tempo è passato e la festa del papà è stata facile, il suo compleanno anche. Quel pomeriggio per strada in cui ho preso il cellulare nell’istinto di invitarlo a pranzo o quell’e-mail quasi inviato con un video di un astronauta che si lavava la testa nello spazio che lui avrebbe amato sono stati colpi durissimi.  Quando mi sono resa conto nel peggior modo possibile che la morte è un’assenza inspiegabile, il non-esistere che non possiamo contenere. Era lì, tutta la mia vita, e ora semplicemente non c’era più. Dovevamo fare ancora così tante cose! Così tanti film da vedere, tanti concerti, l’orgoglio di averlo alla difesa del dottorato, i miei figli da fargli conoscere e da accompagnare al piano mentre davamo vita alle classiche cantiche familiari.

Poco alla volta la sospensione di dolore ha iniziato a prendere contorni diversi. La sensazione di essere sola e urlare al vuoto il suo nome è passata.  In fondo, che è sta cosa che mio papà non esiste più? Quell’uomo che mi ha accompagnata ogni singolo giorno della mia vita fino all’anno scorso, insegnandomi ciò che mi piace, ciò che è bello, cosa significa esistere, non c’è più? Lui è sempre qui, lui sono io. Lui è questo amore immenso e gigante che io incontro nelle mie sorelle e in mia mamma, lui è noi, noi siamo lui. L’incontro con tutta quella memoria dolorosa è iniziato a diventare più facile quando ho lasciato da parte quel mondo spaventoso di assenza, trasformando il ricordo in un modo di abbracciare quella persona ancora una volta, la deliziosa sensazione di familiarità con ogni penna, foglio, libro e quel disordine così tipico di mio papà.

Lui è pianoforte, Italia, architettura, arte, design, jazz, bossa nova, multe, San Paolo, Torino, femminismo, politica, uova con ketchup, pane e marmellata, gelato, lamentarsi delle cose nei ristoranti e di quanto questa città (San Paolo, ndt) è orribile. Una fisarmonica, Chopin, Debussy, Sotsass, la casa della cascata, aquiloni di tessuto, una camicia con foglie di marijuana, suore africane, perdere un paio di occhiali al mese, un cellulare ogni due, Brasilia, ET, fiabe italiane di Italo Calvino, quel suo accento buffo, quell’appartamento brulicante di libri, quegli occhi curiosi e veramente attenti ad ogni mia storia e opinione sulla vita. Un giorno ho deciso di scegliere la presenza di mio papà in quello che sono e in tutto quello che esiste di lui, perché lui esiste dentro di me e per quello che sono io per il mondo. Io voglio ricordarlo e sorridere, vedere qualcosa che a lui sarebbe piaciuta e sorridere, ascoltare una canzone che amavamo e sorridere.

Ok, cazzata, piangerò, ma mi sforzerò di sorridere perché per quanto stereotipato possa sembrare, tutti muoiono, anche mio papà. Ma noi possiamo scegliere cosa farcene dopo che le persone che amiamo muoiono. E io ho la fortuna di poter sorridere quando penso a mio papà, per tutte le cose che mi ha lasciato.

La nostalgia è immensa, insuperabile e incommensurabile, ma l’amore che c’è è più grande.

Mi manchi tanto, papà. Ti amo”

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