Stasera vi vorrei segnalare un’iniziativa che mi sta molto a cuore.
E’:
facciamo brainstorming mammesco?
di Chiaraluce Littledreamer.
Mi preme in modo particolare parlarvene perchè quello di cui si parla è un mio chiodo fisso da quando ho avuto Michelle.
Io e Dani abbiamo desiderato moltissimo avere un bambino (ve ne ho parlato qui), ne abbiamo parlato a lungo, e poi, a decisione presa, guardavamo i bambini che incrociavamo con occhi sognanti, immaginando quando sarebbe arrivato anche per noi, come sarebbe stato, come saremmo stati come mamma e papà e tutte queste meravigliose cose che caratterizzano la genitorialità pre-parto.
Il parto di Michelle non è stato una passeggiata, ma non credo che sia questo che abbia influenzato le due settimane subito successive alla sua nascita. Credo che cio’ che ho provato in quei giorni caratterizzi piu’ o meno tutte le donne neo mamme. Si tratta di svariate emozioni, che prendevano il sopravvento sopratutto al calar della sera: puntualmente a cena le lacrime mi rigavano le guance. Michelle è stata bellissima fin dal primo momento, sana come un pesce, tutta perfetta, l’allattamento è stato un pochino difficoltoso all’inizio (per via di una montata alquanto prepotente e qualche ragade), ma la sofferenza era solo mia e fisica perchè lei si attaccava benissimo e cresceva in modo esponenziale, la mia piccola cicciabomba (degna sorella di Thomas;)).
Nonostante tutto questo io mi sentivo insicura. Mi sentivo sola. No, non lo ero. La mia splendida mamma mi è stata vicina, cucinava per noi, sistemava le cose, faceva la spesa, comprava i vestitini se era necessario e cosi’ via. Mi abbracciava, mi coccolava, sia fisicamente che psicologicamente. E cosi’ anche Dani: un papà strepitoso fin dal primo momento; amorevole, paziente, dolce, protettivo e tutto quello di cui potevamo avere bisogno io e Michelle. Eppure mi sentivo terribilmente sola. Perchè mi terrorizzava l’idea che Michelle piangesse e io non riuscissi a consolarla. Mi terrorizzava l’idea di non allattarla nel modo giusto. Avevo paura della responsabilità che improvvisamente mi era piombata tutta addosso, da zero a cento. Non potevo chiedere una pausa al tempo, non potevo nascondermi: essere mamma è una condizione irreversibile, perenne. E i primi giorni è destabilizzante rendersene conto. Che, per quanto se ne parli, ci si puo’ rendere conto solo vivendolo.
Finchè un giorno mi si accende la lampadina di Archimede: provo a chiedere alle ragazze del forum di mamme se anche loro si sentono cosi’. Fu cosi’ che scoprii che eravamo praticamente tutte sulla stessa barca, chi piu’, chi meno. MA non lo sapevamo, perchè se ne parla poco. Si parla troppo poco di questa cosa. Durante il corso preparto che ho seguito io si era parlato di depressione post partum, di baby blues, di tante altre cose, ma non di questa sensazione che dura pochi giorni, che com’è arrivata se na va. Io, per sentirmi un pochino utile, l’ho fatto presente: perchè penso che in certi casi la condivisione dell’esperienza possa essere davvero di conforto.
Ho riflettuto molto sul perchè succeda cosi’. Oltre alle ovvie questioni come stanchezza incommensurabile, scombussolamento ormonale, fisico, psichico, ci sia un altro fattore: la solitudine sociale in cui siamo immerse noi donne occidentali (soprattutto le nordiche, quelle delle zone piu’ industrializzate). Le famiglie sono piu’ piccole, non si ha quindi possibilità di vivere la nascita di cugini e parenti piu’ o meno stretti, tra vicini non ci si conosce, e quindi non ci si aiuta, non si condivide nulla. E cosi’ una donna si ritrova mamma, senza sapere che cosa comporti avere un figlio: l’ostetrica nel corso preparto ci ha ripetuto piu’ volte che moltissime donne tornano in ospedale spaventate e disorientate dal pianto continuo (assolutamente fisiologico) del neonato. Noi (perchè io faccio parte di quelle che non avevano mai avuto a che fare con un neonato da vicino) non siamo pienamente coscienti che il neonato piange, tanto, che fa la cacca spessissimo, che richiede di stare quasi tutto il tempo in braccio, che non ha orari fissi, che non ha un ritmo giorno/notte come il nostro, ecc ecc ecc.
In solitudine sociale è compresa anche l’aspetto della società che grava su di noi: la gravidanza vista negativamente in ambiente lavorativo (guai ad una gravidanza subito dopo aver firmato un contratto di lavoro, guai a non tornare a lavorare, guai a chiedere permessi per visite/malori, la gravidanza interromperà le possibilità di carriera, favorirà il mobbing, ecc), la mamma che non puo’ dedicarsi completamente al maternage ma deve subito tornare in forma (come tutte quelle che vede nei media), tornare alla vita di prima (guai a rintanarsi in casa e non partecipare piu’ alla vita mondana), la mamma che viene improvvisamente isolata dagli amici, che, come ha ben descritto Mathilda Stillday, improvvisamente, evaporano.
Per tutto questo, ho deciso di partecipare a questa iniziativa di Chiaraluce, perchè è un mio pallino poter essere d’aiuto alle donne che si trovano nella mia stessa condizione, magari ancora piu’ sole/isolate di quanto non lo sia stata io.
E vorrei urlare che è tutto normalissimo, che penso sia cosi’ dalla notte dei tempi, che non c’è nulla si sbagliato in noi e andrà tutto benissimo.
Se vi va di raccontarmi la vostra esperienza, la pubblico volentieri, anche in anonimato volendo. Potete mandarmi una mail: [email protected]

 

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